Affrontare una nuova impresa, di qualsiasi tipo sia, è inutile senza avere bene in mente quale sia il proprio obiettivo. Ma averlo in mente non basta, è doveroso scrivere tutto. Mettere il proprio piano nero su bianco serve per trovare investitori, per mettere alla prova la propria idea prima di affrontare la realtà dei fatti e serve anche a farsi fare asprissime critiche che ti aiuteranno a trovare per primo i punti deboli della tua idea.

Un interessante articolo di The Atlantic cerca di rispondere alla domanda Come mai molte persone in gamba sono infelici? e indica tre pilastri su cui fondare la propria felicità (una sintesi della Piramide dei bisogni di Maslow, se vogliamo):

  • avere relazioni sociali ricche di significato
  • far bene le cose
  • poter prendere liberamente decisioni

A ben vedere questi tre pilastri possono essere applicati anche al posto di lavoro, alla azienda o al modo di lavorare e gestire il proprio team.

Avere consapevolezza di ciò in cui si è bravi non è una cosa scontata. La tendenza a sottovalutare le proprie capacità è più diffusa della sua opposta ed espressioni come «Chi si loda si imbroda» o «Hai fatto solo metà del tuo dovere» fanno parte dell’educazione di molti della mia generazione. Il risultato è che spesso i risultati ottenuti non vengono riconosciuti come tali né tanto meno celebrati a dovere.

Negli ultimi anni ho vissuto molti cambiamenti sul lavoro. Non mi hanno mai spaventato particolarmente. Il cambiamento inutile, quello fatto tanto per cambiare, senza una direzione e senza un obiettivo chiaro e misurabile è il cambiamento dannoso che molti adottano. Ma in generale il cambiamento è qualcosa di necessario e opportuno.

Nella mia libreria c’è un piccolo libriccino che parla di questo e che ho sempre trovato deliziosamente illuminante nella sua semplicità (anche un po’ banale).

Si intitola Chi ha spostato il mio formaggio, S. Johnson, Sperling & Kupfer Editori